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La pioggia della domenica
Non le piaceva la pioggia, tantomeno quella monotona e grigia della domenica pomeriggio. Era come se anche il cielo si rattristasse perché l’indomani sarebbe iniziata un’altra settimana.
Non c’era scelta, del resto, doveva arrendersi alla realtà. Una cosa che le era sempre riuscita male.
Nell’arcobaleno dei suoi ricordi infantili, la pioggia era divertente, ma allora era un’altra cosa, allora non c’era il lunedì.
Non c’era l’ufficio, né la collega Stefania, né il capufficio e il badge che dimenticava sempre a casa. C’erano giorni colorati, significativi.
C’era la vita, e tutto il resto intorno.
Dei suoi giorni incolori non parlava mai, erano giorni di stupida attesa del venerdì.
Si chiedeva se fosse giusto vivere così, nella perpetua attesa di un venerdì, e se fosse possibile dare più senso a questo attendere. Riempirlo di colore, ad esempio, ma bisognerebbe recuperare la tavolozza dell’infanzia, mescolare le tinte e trovarne di nuove. Non era brava con i pennelli, però era brava con i sogni: poteva cominciare da quelli. Infilarli tutti, uno dietro a un altro, in una collana da mettersi al collo per sfidare l’anonimo scorrere del tempo. Lo avrebbe domato così, senza violenza, con la tenace volontà di farne il suo quadro d’autore.
Mentre la pioggia scorreva segnando le ore e la domenica si inchinava al lunedì, le sue mani si allungavano a toccare la collana e i sogni e i colori di una vita che, se solo si sforzava un po', sporgendosi, era lì. A portata di mano.